Alberto Angela sulle tracce della Monaca di Monza. Oggi, sabato 7 aprile in prima serata su Rai 3 una puntata interamente dedicata a Marianna De Leyva. Monza torna protagonista del piccolo schermo.

Alberto Angela

Sarà un’intera puntata dedicata ai personaggi e ai luoghi narrati da Alessandro Manzoni nei Promessi sposi quella di stasera la nuova stagione di “Ulisse. Il piacere della scoperta”. Un vero e proprio viaggio nella Lombardia del 1600, dominata dagli Spagnoli e segnata da peste e carestie, che prende il via dai documenti originali conservati negli archivi e in particolare nell’Archivio di Stato di Milano.

Monza protagonista

Nella vita, Marianna de Leyva. In religione, suor Maria Virginia. In arte, Gertrude, ovvero la Monaca di Monza. Protagonista di un clamoroso scandalo all`inizio del XVII secolo, resa famosa dal romanzo I promessi sposi di Alessandro Manzoni, la Monaca di Monza è l’emblema della condizione femminile nei secoli passati, della donna privata della libertà di scegliere il proprio destino.

La storia della Monaca di Monza

Marianna de Leyva era figlia di Martino de Leyva, conte di Monza. Rimasta orfana di madre in tenera età (a causa dell’epidemia di peste che colpì Milano nel 1576), fu affidata inizialmente alla cura delle zie e quindi fatta entrare tredicenne nel monastero monzese di Santa Margherita dal padre, che nel frattempo aveva sposato una nobildonna spagnola e si era stabilito a Valencia. Nel 1591, a 16 anni, prese i voti assumendo il nome di suor Virginia Maria.

La relazione clandestina

A partire dal 1599 intrecciò una relazione clandestina con il giovane Gian Paolo Osio, la cui abitazione si affacciava sui giardini del monastero. Il rapporto durò alcuni anni, con la complicità di due monache, e portò alla nascita di un figlio, nato morto, e di una bambina, la cui esistenza venne ufficialmente tenuta nascosta. La situazione, precipitò nel 1606, quando una giovane conversa minacciò di rendere pubblica la relazione. Osio uccise lei e un altro testimone scomodo. Ma il cardinale Federico Borromeo avviò un’indagine che portò nel novembre del 1607 all’arresto della monaca e alla sua confessione. Costretto a fuggire, Osio tentò di eliminare anche le due suore complici, affogandone una e gettando l`altra in un pozzo. Quest`ultima però sopravvisse e denunciò tutto al governatore spagnolo Fuentes, che offrì una taglia per la cattura dell’omicida. Rifugiatosi nel palazzo milanese di un amico, Osio fu ucciso a tradimento e la sua testa mozza consegnata al governatore.

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La reclusione e il perdono

Suor Virginia venne condannata alla reclusione a vita in una cella murata nel malfamato ricovero delle Convertite di Santa Valeria a Milano. Nel 1622, dopo quasi quattordici anni trascorsi in una celletta di un metro e ottanta per tre, ricevette la visita del cardinale Federigo Borromeo che la dichiarò redenta concedendole il perdono. Tornata suora, chiese di restare con le Convertite di Santa Valeria morendo all’età di 75 anni.

L’indagine scientifica

Per studiare la peste del 1630 è scesa in campo la biochimica. Grazie a un’innovativa tecnica messa a punto da alcuni ricercatori del Politecnico di Milano, infatti, sono state analizzate le tracce biologiche lasciate sui registri dei morti del Magistrato di Sanità del 1630 conservati in Archivio di Stato di Milano (dove venivano annotati regolarmente, con la causa apparente del decesso, i nominativi dei morti).