Dalla Brianza all’Africa: medico e mamma di 7 figli si racconta. E’ una storia d’Amore, con la A maiuscola quella di Francesca Zanetto. Amore per la sua famiglia, per i suoi pazienti, per gli ultimi del mondo.

Con il marito in Africa per anni

La ginecologa, originaria di Carate Brianza, spostata con il medico di Premana Fausto Fazzini, oggi vive a Lecco e lavora all’ospedale di Erba (in passato ha lavorato anche a Lecco e al Mandic di Merate). Ma per anni vissuto in Africa. Dopo circa 3 anni di matrimonio è partita insieme al marito per Hoima, in Uganda dove per conto dell’Avsi, e sempre  insieme a Fauto,  si è occupata dell’ospedale locale.

Il rientro in Italia

Francesca Zanetto, nei giorni scorsi,  in occasione della celebrazione di Sant’Agata, ha raccontato la sua incredibile esperienza durante la cena dell’Avsi Point di Lecco. L’Avsi Point lecchese nasce dall’amicizia e dalla passione di alcuni amici che due anni fa hanno deciso liberamente e in modo volontario di sensibilizzare e raccogliere fondi a favore di Fondazione Avsi. Ques’ultimo sodalizio lavora per uno sviluppo sostenibile ispirandosi alla Dottrina Sociale della Chiesa Cattolica.

La lettera

Ecco la lettera che la dottoressa Zantetto ha scritto il giorno del ritorno in Italia dopo quattro anni di lavoro in Africa con Avsi. La pubblichiamo integralmente

 

“Cari amici,
ritorniamo.
Quel che portiamo a casa e’ infinitamente di più di quello che in questi quasi 4 anni abbiamo lasciato qui. Il cuore trabocca di emozioni in questi ultimi giorni velati dalla profonda tristezza che ogni distacco da ciò che si ama molto porta con se. Ma ciò che prevale è una infinita, strabordante gratitudine verso Chi ci ha condotto qui e che ha fatto questa terra e questa gente, esattamente così, come è.
Achola Paska, una cinquantina d’anni, otto figli di cui 3 già seppelliti. Fisico asciutto: braccia forti e guizzanti abituate a zappare, cullare, lavare, portare. Abito lungo, solo un poco sdrucito, ma ancora bello, colorato, vivo. Capelli corti, occhi profondi e vivaci, facile il sorriso.


Nello stanzino che mi fa da studio le comunico una diagnosi terribile: cancro della cervica uterina in stadio avanzato, niente da fare a Kitgum come a New York. Le spiego cos’è il cancro, parola a lei nuova, accanto siede il figlio, 30 anni, volto preoccupato molto più del suo. Finisco, mi dispiace – le dico – ma credo sia giusto tu sappia. Daktári, risponde con un sorriso che mi si imprime nell’anima, non preoccuparti, non mi dici niente di nuovo: so che si deve morire, anche se vivessi cent’anni prima o poi accadrebbe, va bene. Dimmi solo, per i miei figli sarà costoso procurarsi le medicine per il dolore di cui parli? Quella commozione a cui ancora dopo un milione di volte non riesco ad abituarmi mi stringe la gola. Paska – un’intuizione: sono di fronte a una santa – per favore prega per me se trovi il tempo, a casa. Sì, daktári, pregherò per te – risponde – perché ho l’impressione che tu, se avessi avuto modo di aiutarmi, l’avresti fatto.
Sarah arriva un sabato mattina. Pressione del sangue impazzita, altissima. In grembo un piccino, ancora lontano da un peso accettabile per vivere fuori dall’utero. Una storia brutta alle spalle: due gravidanze finite male coi bambini morti nella pancia per colpa di questa malattia che può trasformare una gravidanza in un incubo, la preclamspia. In Africa è più frequente e – come accade per molte altre cose, dalla pioggia al caldo all’amore all’odio – assume facilmente forme piuttosto estreme.


Sarah resta ricoverata per settimane, le diamo tutti i farmaci che abbiamo a disposizione, ripetiamo ecografie ed esami su urine e sangue, ma è sempre più chiaro che il rischio per lo scricciolo e’ di giorno in giorno più alto. Ogni mattina, mentre mi chino sulla sua pancia con il fetoscopio all’orecchio per ascoltare il trenino del cuore, tremo nel timore di non sentirlo più. La pressione guizza e si ribella, risale di nuovo incontrollabile. Anche la mamma è in pericolo. Arriviamo a 29 settimane, una voce dentro mi dice devi tirarlo fuori. Le chances per un prematuro grave da queste parti sono assai poche, allora chiamo gli amici in Italia, per un confronto e un parere da chi è più esperto di me. Disponibili e cari come già accaduto in passato mi confermano che e’ consigliabile far nascere il piccolo. Spiego a Sarah la situazione, con tutti i rischi che essa presenta. Sono pronta, mi dice. Fai quello che ritieni più giusto. E’ un mezzogiorno arroventato dal sole e mi avvio verso la sala operatoria invocando la Madonna del Parto che tante volte ci è venuta in soccorso. Da una pancia piena d’acqua in cui galleggia un utero piccolo piccolo nasce un cosino di un chilo, maschio, mi sta tutto in una mano. Sarah sta bene.


Cinquanta giorni dopo il parto e dieci dopo la dimissione tornano per il controllo. Il bimbo pesa 2 chili e trecento grammi, è bellissimo. Miracolo divino, vivo e puro. Con la mamma, raggiante, che mi chiede consiglio decidiamo di chiamarlo Emmanuel. Il cognome acholi sarà Rwotomiyo, che significa “dato da Dio”. Come ognuno, certo, ma in certi casi è particolarmente evidente. Mi trovo costretta a salutarli in fretta, con gli occhi bassi perchè la nostra partenza e’ vicina, Emmanuel non lo vedrò mai più e le lacrime non tornano indietro. Mi avvio di corsa verso casa sotto la pioggia.
Questa e’ l’Africa che abbiamo conosciuto, questa e’ la gente che abbiamo incontrato. Mille di queste storie potremmo raccontare e quello che piu’ desideriamo e’ che il cuore possa custodire tutta questa meraviglia per sempre. Questa meraviglia umana, viva e vera, come e’ una meraviglia il cielo immenso, piatto e terso con le nuvole tagliate sotto, il canto melodioso e surreale dei bambini che animano la Messa quotidiana delle sette del mattino, la danza ignara di una mamma che chinandosi solo un poco afferra il suo bimbo sotto il braccio e quasi lo lancia indietro sulla sua schiena, della quale lui assume subito la forma mentre lei rapida lo avvolge in un panno colorato che annoda stretto sotto il seno. Meraviglia i balli al ritmo dei tamburi, lo stridore assordante di rane nel silenzio della notte, le strisce gialle e verdi di savana dall’erba bruciata dal sole e con le palme svettanti, i camion stipati di mucche, valigie, biciclette, galline e materassi di gommapiuma con in cima le persone sedute e vocianti. Meraviglia i piccoli che appena sanno camminare portano gia’ un fratellino sulla schiena, le docce di bimbi gioiosi e nudi sotto un’acquazzone, una giovane donna che dieci minuti dopo aver partorito due gemelli uno dopo l’altro, senza emettere un suono – e non sapeva fossero due- si riveste e raccoglie dal letto i panni imbrattati, il catino e tutte le sue cose e caricatele sulla testa esce eretta e silenziosa dalla sala parto per cercarsi un angolo dove accomodare se stessa ed i suoi nuovi figli.


Possiamo solo dire grazie per tutto questo. Molte volte abbiamo temuto che il cuore potesse scoppiare, incapace di contenere l’ondata di commozione e di amore. Proprio come quando l’Africa ha accolto nel suo abbraccio di madre Sara e Giuseppe, nati sulla sua terra e sotto il suo cielo, un poco suoi figli. O come quando la sera, tornati dal lavoro, ritroviamo i nostri bambini, festanti, che ci raccontano di aver inseguito cavallette o un camaleonte, raccolto basilico nell’orto, impastato il pane, imparato nuove storie e una canzone che dice “read your Bible and pray every day if you want to grow” dalle ragazze che con incredibile affetto si prendono cura di loro ogni giorno.
Torniamo a casa, consapevoli che ogni scelta porta con se’ uno strappo e una rinuncia insieme all’alba di un nuovo inizio illuminato di speranza. Offriamo il dolore – intenso – di questo distacco per i nostri amici africani, per questa gente indomabile e fiera, tenace e stupenda come gli alberi di acacia dai fiori rosso fuoco, che ci ha insegnato e dato tanto.
Torniamo a casa, saremo felici di riabbracciarvi.
A presto