Il futuro dell’accoglienza in Brianza è ancora tutto da ridisegnare. Sicuramente i tre nuovi bandi emessi dalla Prefettura cambieranno l’assetto visto finora. Con alcune inevitabili conseguenze, prime tra tutte la chiusura dell’hub di prima accoglienza che è stato il centro monzese di via Spallanzani. Una struttura che oggi, stando così le cose, non ha più ragione di esistere. E anche per questo la Rti Bonvena che ha fatto la parte più grossa nella gestione dei migranti ha restituito al Comune le chiavi, lasciando lo stabile.

Sbarchi zero

Gli sbarchi sono ormai annullati (nel 2019 sono solo 517 le persone arrivate in Italia). I migranti in Brianza sono rimasti un migliaio, sparsi in 133 appartamenti in tutta la provincia e pare chiaro che per il momento non ne arriveranno altri. Per alcuni il business è finito e per centinaia tra educatori, operatori e in segnanti che lavoravano nell’ambito c’è il rischio della perdita del lavoro (la stima italiana è di 16mila posti a rischio).

Com’è stato finora

Prima dell’uscita del nuovo bando della Prefettura sulla gestione dei migranti, gli Enti gestori dell’accoglienza ricevevano 35 euro al giorno per ogni ospite accolto di cui 2,50 euro di «pocket money» e il resto serviva per pagare gli affitti, il vitto, i servizi, la scuola, i tirocini, la formazione, l’assistenza legale, il lavoro degli operatori e la mediazione e così via. Rti Bonvena, la rete che negli ultimi anni ha gestito i 2/3 del numero totale degli accolti in provincia di Monza, aveva sia centri collettivi come Limbiate, Camparada, via XX Settembre a Monza, Concorezzo e via Spallanzani a Monza, ma anche appartamenti su tutto il territorio. L’accesso del migrante all’appartamento era frutto di un percorso graduale di inserimento e integrazione. Da Spallanzani (centro di prima accoglienza) la persona passava ai centri come Camparada o Limbiate per poi passare agli appartamenti. Questo era possibile perché il bando sulla gestione era unico e ogni gestore era libero di spostare le persone dal centro collettivo all’appartamento senza problemi, anche in ragione di un percorso di senso.

Il nuovo bando

Ma con il nuovo bando biennale per la gestione dei profughi dal 1 maggio 2019 al 30 aprile 2021 che si è chiuso il 3 aprile, tutto è cambiato. Il bando si divide in 3 e non più uno unico e in questo modo si incentivano i centri con i grandi numeri, che costano meno e rendono di più. Perché anche le economie sono state ridotte notevolmente (con contributi da 18 euro, 23 o 21,90 pro capite in base che si tratti di appartamenti, strutture fino a 50 posti o da 51 a 300 posti). Conti alla mano, secondo le cooperative, con 18 euro non si riuscirà a garantire nulla se non l’affitto, il vitto e un minimo di personale. Sarà sempre più difficile invece pensare alla scuola, alla formazione, ai tirocini…
Senza contare che meno personale significa anche che ci sarà meno presidio delle strutture.
Rti Bonvena ha deciso di non partecipare al bando sull’accoglienza diffusa, ma solo sui centri collettivi.

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Gli scenari

Ora tra le ipotesi c’è anche quella di un ricorso al Tar come del resto è già avvenuto in altre Province e altri territori. In questo modo i bandi potrebbero andare in proroga per qualche mese, in attesa di una ridefinizione. L’alternativa potrebbe essere invece che i migranti vengano fisicamente spostati in altri territori, ammesso che si trovino i posti disponibili. Questo vorrebbe dire che quelli che in questi anni sono riusciti a trovare lavoro o a costruire delle reti di relazioni potrebbero perdere tutto.

La dichiarazione

“Abbiamo deciso di non partecipare dopo un’attenta riflessione, ma è stata una decisione difficile perché l’accoglienza diffusa, in forza della nostra esperienza, è il modello di accoglienza (migliore sia per l’integrazione delle persone che per la sicurezza dei territori) nel quale abbiamo tanto creduto e per cui abbiamo lavorato in questi anni”, hanno spiegato Mario Riva, presidente Ccb di Monza e Giancarlo Brunato, presidente di Cs&l di Cavenago di Brianza. “Il taglio delle risorse perpetrato dai nuovi bandi rende, purtroppo, molto problematico ora lavorare per l’integrazione, la cura e l’attenzione verso la persona.  Nel momento in cui abbiamo scelto di non partecipare, il nostro pensiero è andato alle persone migranti che abbiamo accompagnato in questi anni in un percorso che, dall’accoglienza iniziale, si è positivamente evoluto in una dimensione di vera e propria integrazione nelle nostre comunità”, hanno aggiunto.  Quanto ai possibili vuoti occupazionali: “Siamo consapevoli, con profondo rammarico e viva preoccupazione, delle ricadute in termini occupazionali per le nostre organizzazioni, ricadute che stiamo cercando di contenere nei limiti delle nostre possibilità, con attenzione alle specifiche esigenze dei nostri competenti operatori”.