Disastro di Seveso, Legambiente “La diossina resta un tema caldo”. “Bene la normativa che abbassa i limiti, ma serve disciplina sui pesticidi. E’ ora di arginare l’avvelenamento dei nostri suoli”.

Disastro di Seveso: sono passati 43 anni

Ricorre oggi il 43esimo anniversario del disastro di Seveso. Un evento entrato nella storia, che ha segnato profondamente tutta la Brianza, ma in particolare i Comuni di Meda, Seveso, Cesano Maderno e Desio.

Erano le 12.28 di sabato 10 luglio 1976. Un grave incidente nell’azienda chimica ICMESA, situata al confine tra Seveso e Meda, causò la fuoriuscita di una nube di diossina (TCDD).

“La popolazione – si legge oggi sulla pagina Facebook del Consiglio Regionale della Lombardia – fu avvertita solo otto giorni dopo. Non vi furono morti, ma 676 sfollati che vennero provvisoriamente collocati in due hotel nel milanese, uno a Bruzzano e uno ad Assago. La maggior parte di loro sarebbero rientrati nelle loro case bonificate solo quindici mesi dopo, tra ottobre e dicembre 1977, mentre 41 famiglie non poterono tornare perché le loro case vennero distrutte. Sarebbero state ricostruite negli anni seguenti. I vegetali investiti dalla nube si disseccarono e morirono a causa dell’alto potere diserbante della diossina, mentre migliaia di animali contaminati furono abbattuti.
Il disastro, che ebbe notevole risonanza pubblica e a livello europeo, portò alla creazione della direttiva 82/501/CEE nota anche come “Direttiva Seveso”.  Secondo una classifica del 2010 del periodico Time, l’incidente dell’ICMESA è classificato all’ottavo posto tra i peggiori disastri ambientali della storia”.

Legambiente “La Diossina resta un tema caldo”

Anche Legambiente oggi ha voluto ricordare il disastro di Seveso diffondendo un comunicato in cui tiene a rimarcare l’importanza di non spegnere i riflettori sul tema della diossina e dei pesticidi.

“Il problema della presenza di diossina in tutta la regione è ancora un tema caldo, in particolare in aree agricole – scrive Legambiente. Con l’entrata in vigore il 22 giugno di quest’anno del decreto 46/2019 denominato “Regolamento relativo agli interventi di bonifica, di ripristino ambientale e di messa in sicurezza, d’emergenza, operativa e permanente, delle aree destinate alla produzione agricola e all’allevamento” finalmente l’Italia si dota di una disciplina per le concentrazioni soglia di contaminazione (CSC) dei suoli agricoli e adibiti alla zootecnia, abbassando i limiti consentiti di diossina presente nel terreno, portando la sommatoria di PCDD, PCDF e PCB Dioxin-Like a 6 ng/kg.

“Accogliamo con favore l’introduzione di una normativa che adotta parametri di riferimento appropriati e prudenziali. Fino ad oggi, infatti, un suolo che fosse risultato contaminato sarebbe stato interdetto dalla costruzione di un capannone, ma non dalla coltivazione di verdure per la commercializzazione diretta – dichiara Marzio Marzorati, vicepresidente di Legambiente Lombardia –. Per 43 anni, a Seveso e comuni limitrofi, non è stata emanata nessuna limitazione alle attività agricole (a parte quelle della fase di emergenza) per tener conto dello stato di inquinamento dei terreni che, come emerso nella campagna di analisi condotte in vista dei cantieri di Pedemontana, seguitano a essere contaminati a livelli molto più elevati della CSC posta dal decreto”.

Il caso Caffaro a Brescia

Fino ad oggi non c’era una legge unitaria che disciplinasse le soglie di contaminazione dei suoli, fa sapere Legambiente. “Nel caso della Caffaro a Brescia, per esempio, fu il sindaco a emanare un’ordinanza per impedire la coltivazione di suoli contaminati da PCB, in assenza di leggi di riferimento, con il forte rischio di essere denunciato dagli agricoltori per aver abusato dei suoi poteri. Oggi questo decreto pone le basi di una norma specifica che consente di mettere ordine in un settore cruciale non solo per l’economia del Paese ma per la salute dei cittadini, che hanno il diritto di mangiare cibi sani, provenienti da colture sottoposte a rigorosi controlli”.

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Resta molto da fare

Purtroppo, però, questo decreto si occupa solo degli inquinamenti puntiformi – sottolinea L’Associazione –  vale a dire derivanti ad esempio da una preesistente attività industriale o da uno sversamento, e non dell’attuale grande dramma nazionale rappresentato dall’inquinamento che consegue alla diffusa pratica agricola che sta avvelenando il made in Italy agroalimentare: l’utilizzo di pesticidi come il glifosate, che non viene menzionato, mentre si cita il DDT che è già stato bandito, seppur continui ad essere un inquinante persistente nel nostro Paese da 50 anni.

“Non si perda tempo – conclude Marzorati – ora è necessario anche emanare appropriati limiti e norme per la tutela dei suoli agricoli, non solo da inquinamenti e sversamenti causati da terzi, ma soprattutto per gli inquinamenti più preoccupanti per la salute umana, che sono quelli conseguenti ad uso e abuso di fertilizzati, pesticidi ed antibiotici impiegati dalla stessa agrozootecnia nel proprio ordinario esercizio”.

Il Bosco delle Querce: un bene per la collettività

Diversi gli incontri e gli approfondimenti che si sono svolti oggi in Brianza sul tema. In Ospedale a Desio, questa mattina, c’è stato un convegno sul tema ambiente e diossina. L‘Associazione “Innova 21” di Cesano Maderno ha invece tenuto un incontro al Bosco delle Querce di Seveso. Bosco che, ha fatto sapere l’Associazione, rappresenta un bene per la collettività:

“Sull’area che fu maggiormente colpita dall’esposizione alla nube di diossina dell’ICMESA oggi sorge Bosco delle Querce di Seveso e Meda, un parco regionale che è un importante bene per la collettività per via della sua valenza. Storica, in quanto testimonianza fisica dell’incidente, quale luogo tangibile e accessibile, inserito nel contesto cittadino; tecnica, perché la bonifica dell’area è stata condotta con le migliori tecnologia allora disponibili e ancora oggi viene monitorata e valutata l’evoluzione delle condizioni chimiche e ambientali dell’area; ambientale, in quanto Parco Naturale Regionale, importante tassello per la connessione ecologica, per la sua area umida e per la possibilità di studio dell’evoluzione di un bosco nato artificialmente; culturale, in quanto offre la possibilità di una riflessione
sulle conseguenze del rischio industriale e sulla necessità di una sua gestione; sociale, perché è un’area verde viva, fruibile e utilizzata”.