Giussano: Giorgio Confalonieri racconta il suo alpinismo, un inno alla vita.

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Il primo tentativo  sul Monte Bianco

Giussano: Giorgio Confalonieri racconta il suo alpinismo, un inno alla vita. Quattro anni fa, il suo primo tentativo in solitaria sul Pilone Centrale del Freney per la via di Michel Piola, ambizioso proposito sfumato quando a poche ore dalla partenza dal bivacco Eccles, la paura prese il sopravvento.  Poche settimane fa, però, l’Accademico del Cai, onorificenza attribuita per meriti alpinistici,  è tornato sulla stessa montagna, per lo stesso itinerario, con il ricordo dell’esperienza passata, ma con una consapevolezza diversa.
«Ho imparato molto da quella prima volta, la preparazione fisica non basta anche se logicamente importante, tutti gli elementi positivi devono collaborare per fortificare la volontà e la propria consapevolezza di potercela fare, perché il vero motore per questo genere di salite risiede solo ed esclusivamente nella testa di un alpinista».

Il secondo tentativo

Confalonieri dunque si è rimesso lo zaino sulle spalle, da 25 chili, e ritrovato la grande passione nel cuore e nelle gambe. Ha raggiunto il bivacco Eccles, ha proseguito fino a raggiungere il Colle Eccles e si è trovato di fronte uno spettacolo infernale: temperature impossibili che hanno causato frane e crolli e che gli hanno precluso l’accesso alla parete. «Sono rimasto per ore al Colle a circa 4000 metri in attesa che le temperature scendessero per accedere sul ghiacciaio del Freney, non è accaduto, ho deciso di rientrare. Una decisione difficile e dolorosa, ma giusta. Anche a questo si deve essere preparati, fare la scelta giusta anche quando le tue condizioni fisiche e mentali sono eccellenti ma la montagna ti comunica che non ha intenzione di collaborare. Allora rientri stremato dopo trenta ore di pura fatica, avendo accumulato una quantità di tensione nervosa indicibile. Ad aspettarmi a valle c’era Beppe, un amico di sempre, il compagno di scalata di una vita. Ho pianto per la fatica, la frustrazione, perché ho pensato di aver gettato l’occasione perfetta anche se dentro di me avevo ancora l’energia per un ennesimo tentativo».

L’insegnamento

Confalonieri ripercorre passo passo quei momenti a mente fredda, lasciando un grande insegnamento; «l’esperienza vissuta ha un’importanza fondamentale; senti di essere diventato un buon alpinista perché hai saputo fare la scelta giusta senza condizionamenti. Hai abbandonato l’orgoglio, la vanità, il desiderio a tutti i costi di mettere in bacheca la via prestigiosa, hai fatto la cosa giusta perché hai messo la sicurezza e incolumità della tua vita al primo posto. L’alpinista è come un marinaio che affronta l‘oceano. Può succedere di incontrare durante la traversata una tempesta, forse la tempesta delle tempeste: la meta è impossibile da raggiungere, il marinaio inverte la rotta portando a casa la propria barca con la propria vita. Questo è essere un buon marinaio. Per l’alpinista è la stessa cosa. Per questo la rinuncia sul Pilone non la considero un fallimento, ma una buona dimostrazione di alpinismo responsabile. Non esiste montagna che possa valere una vita».
Una bella lezione e insegnamento fatta da chi di montagne ne ha scalate molte sempre con un determinato approccio e filosofia.

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La rivincita con la via dei Ceki 80

L’alpinista giussanese sceso dal Monte Bianco si è cimentato sempre in solitaria sulla via dei Ceki 80, oggi rinominata Feri Ultra sul picco Luigi Amedeo in Val Torrone.
Via di grande prestigio con molti passaggi di VIII grado una via estrema non solo tecnicamente ma anche psicologicamente.
«La scelta di salire questa via è un po’ figlia del tentativo non riuscito sul Monte Bianco; ho cercato una via che potesse soddisfare una mia piccola ambizione personale, dovevo qualcosa a me stesso, dopo l’amarezza del Monte Bianco. Ma lo so… arrivare in cima al Pilone sarebbe stata tutta un’altra cosa..» conclude con amarezza negli occhi.
Un rimorso che l’ha segnato, e ha cambiato anche le sue prospettive.

Il suo «alpinismo» e la nuova sfida

«Oggi sono una persona diversa, così deve essere dopo ogni esperienza – spiega – Raccontare la via dei Ceki 80 in questo contesto e dopo le parole dette, significa raccontare una storia che parte da molto lontano. Significa abbandonare la retorica dell’alpinismo maschio fatto di uomini invincibili senza paura, significa credere che la montagna è un meraviglioso terreno di gioco per conoscere le proprie paure, saperle dominare, conviverci, vincerle ed essere vinti, un terreno dove è possibile sotterrare due pericolosi consiglieri: l’orgoglio e la vanità. L’alpinismo è un grandioso inno alla vita, la montagna è il suo teatro».
Confalonieri si è posto ora un nuovo grande obiettivo: tornare nel 2020 sul Pilone Centrale del Freney.

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