La “Marcia della vittoria” divide. L’Anpi e l’Aned, non condividendo lo spirito «militaresco» della manifestazione, non prenderanno parte agli schieramenti. Ma anche la posizione della sezione monzese di Emergency è critica nei confronti dell’appuntamento in programma.

La “Marcia della vittoria”

La «Marcia della vittoria» rischia di diventare «Marcia della discordia». L’evento, in programma per sabato 3 e domenica 4 Novembre, sta suscitando polemiche a non finire. Una vera marcia che attraverserà le strade dei Comuni della Provincia, per celebrare il centenario della vittoria dell’Italia nel Primo conflitto mondiale e la fine delle ostilità, che rischia però di dividere, invece che unire. A «storcere il naso» sulla manifestazione, organizzata dall’Unione nazionale ufficiali in congedo, dalla Prefettura di Monza e Brianza, dalla Provincia e da AssoArma, i vertici dell’Anpi di Monza e Brianza e dell’Aned di Sesto (l’associazione che riunisce gli ex deportati e le loro famiglie). Ma anche il gruppo della provincia di Monza e Brianza di Emergency, nelle scorse ore, ha diffuso una nota critica nei confronti della manifestazione in programma.

Il “no” di Anpi e Aned

«L’Anpi di Monza e Brianza e Aned di Monza e Sesto, in coerenza alla loro storia, parteciperanno, come avviene ogni anno, alle celebrazioni civili, che si svolgeranno in tutti i Comuni in occasione del 4 Novembre – si legge nel documento firmato dai comitati provinciali – Partecipiamo perché vogliamo testimoniare tutta la nostra pietà per le vittime innocenti di una guerra atroce. Partecipiamo perché vogliamo manifestare la nostra avversione contro ogni guerra, nel rispetto dei valori dei nostri partigiani e dei principi stabiliti dalla nostra Costituzione». Ma sotto la lente delle due associazioni è finita la «marcata connotazione militare» della marcia. «In coerenza a questi valori e a questi principi non parteciperemo, invece, alla “Marcia della vittoria” che toccherà molti Comuni della nostra Provincia – hanno tuonato i soci di Anpi e Aned – Tale manifestazione, infatti, a partire dalle modalità previste per il suo svolgimento, ci sembra improntata ad una celebrazione acritica della “vittoria” e ad uno spirito eccessivamente militaresco».

Emergency: “Non capiamo cosa si debba festeggiare”

Dopo cento anni auspichiamo che si mettano da parte le “celebrazioni della vittoria” e si avvii una profonda riflessione sulla drammatica inutilità delle guerre che è ribadita nell’art. 11 della Costituzione Italiana, laddove si afferma che l’Italia “ripudia la guerra”, e nel preambolo costitutivo delle nazione unite, che recita “nata per salvare le future generazioni dal flagello delle guerre”. Non capiamo quindi cosa celebrare, con tanto di colonne in divisa militare che muovono per i paesi della Brianza. Tanto meno a distanza di cento anni non capiamo perché qualcuno si ostini ancora, se non per meri fini propagandistici, a celebrare una vittoria che al nostro paese è costata oltre seicentocinquantamila morti, a cui bisogna aggiungere oltre un milione di morti contaminati dal virus dell’influenza spagnola – diffusasi nella popolazione priva di protezione sanitaria proprio a causa della guerra dopo aver mietuto centinaia di migliaia di morti nelle trincee-, centinaia di migliaia di orfani e vedove e uno stato in estrema povertà che ha poi aperto la strada alla dittatura fascista. Il centenario della prima guerra mondiale deve certamente essere un momento di ricordo e di pietà per tutte le vittime che ha provocato, ma soprattutto un momento di riflessione affinché si rafforzi la volontà di contrastare tutte le guerre nel mondo che generano vittime, nelle guerre di oggi più del 93 % sono vittime civili e fra questi la maggioranza sono bambini, che generano devastazione, odio e povertà, dittature e negazione dei diritti umani, che generano profughi. Nei momenti in cui si sventolano proclami nazionalisti, che sono sempre stati portatori di conflitti, dovremmo evitare sfilate celebrative in divisa, che indossate in quella circostanza offendono molti protagonisti di ieri e di oggi, e impegnarci invece in percorsi a difesa della pace e di diffusione dei diritti umani per tutti”.

Il motivo della celebrazione

Ma cosa si festeggia, esattamente, il 4 Novembre? Istituita nel 1919 per celebrare l’armistizio tra l’Impero Austro-Ungarico e il Regno d’Italia (parte dell’allora Triplice Intesa) firmato il 3 novembre del 1918, la cerimonia ha avuto lo scopo di commemorare il termine delle operazioni belliche della Prima guerra mondiale. L’accordo, firmato Villa Giusti a Padova, tra le due potenze europee entrò in vigore a tutti gli effetti alle 15 del 4 novembre. La festa del 4 Novembre è l’unica festa nazionale che ha attraversato decenni di storia. Istituita nell’età liberale, ha attraversato il ventennio autoritario del Fascismo, fino ad arrivare all’Italia repubblicana dei giorni nostri. Nel 1921, in occasione della celebrazione della Giornata dell’Unità Nazionale e delle Forze Armate, il Milite Ignoto venne sepolto solennemente all’Altare della Patria a Roma all’interno del complesso monumentale dedicato al primo re d’Italia, Vittorio Emanuele II. E’ proprio con la fine della Grande guerra che l’Italia, nel 1918, completò la sua unificazione, iniziata con il Risorgimento e raggiunta con l’annessione dei territori irredenti di Trieste e Trento. Le massime cariche dello Stato, in occasione delle cerimonie, nei giorni a cavallo della festa rendono omaggio al milite ignoto nel Vittoriano a Roma e ai sacrari di Vittorio Veneto (dove si è consumata l’ultima battaglia tra Italia e Impero Austriaco) e Redipuglia, dove sono invece sepolti i 100mila caduti italiani della Grande guerra.