Sono passati due anni da quel giorno in cui Adam venne accolto in casa da Paolo, un medico di Vedano al Lambro, ora in pensione. Una stanza vuota che l’uomo decise di mettere a disposizione ad un giovane adulto proveniente dal Gambia. Aveva ottenuto il riconoscimento della Protezione Internazionale, 5 anni di permesso di soggiorno, non c’era più possibilità di stare nel progetto di accoglienza ed era il periodo in cui i progetti Sprar erano sovraffollati.

Una storia di accoglienza

«Mi sono sempre interessato al tema dell’accoglienza – ha spiegato il medico – è come se in ognuno di noi in fondo ci fosse una parte di “migrante” che ha bisogno di essere accolta. Facevo il medico di base e ho conosciuto Adam e altri ragazzi per via del mio incarico. Avevo voglia di fare un’esperienza simile, qualcosa si è smosso dentro di me e mi sono buttato, senza farmi troppe domande». Adam andò ad abitare nella casa del professionista, l’alternativa sarebbe stata la strada o ad andar bene un dormitorio dove trascorrere la notte. Una scelta compresa anche da amici, familiari e vicini di casa.

Il nome fuori e «il mondo» in casa

«Non è stato tutto semplice – ha proseguito Paolo – nel palazzo dove abito non tutti accettarono la mia scelta. Quando io mettevo il nome di Adam accanto al mio, sul campanello c’era chi inevitabilmente lo strappava, ricevevo lettere dall’amministratore». Ma per fortuna Paolo non si diede per vinto, grazie anche ad una rete di solidarietà che si attivò da subito. Gli inviti a cena dai vicini di casa, l’amico architetto che offrì ad Adam un lavoro da giardiniere. Nel salotto, di fronte al divano, una cartina geografica appesa al muro. «Quando Adam arrivò, decisi di appendere in casa una cartina del mondo, ogni volta che sentivamo una notizia al telegiornale indicavo sulla mappa il luogo di cui si stava parlando. Non aveva idea di come la terra era fatta, pensava fosse piatta».

«Cosa sei venuto a fare?»

Passava il tempo e nella testa di Paolo molti obiettivi: lo studio approfondito della lingua italiana, il lavoro, l’aiuto nella ricerca di una casa per Adam, in modo che potesse restare in Brianza per costruirsi il proprio futuro. Qualche «aggancio» giusto avrebbe facilitato le cose. «Avevo in mente un progetto di vita e cercavo di proporlo ad Adam – ha spiegato il medico – lui mi ascoltava ma non metteva in pratica i miei consigli, non ha mai voluto riprendere con la scuola ad esempio». Un’esperienza che in due anni ha concesso a Paolo di riflettere molto su quanto a volte l’accoglienza sia «standardizzata», come se nei campi profughi tutti dovessero fare le stesse cose, secondo l’imprinting all’occidentale. «Tra le tante domande forse non ho fatto ad Adam quella più importante. “Tu chi sei? Cosa sei venuto a fare?”. I nostri obiettivi non sono i loro obiettivi, molte volte ci si dimentica che le persone devono essere libere di scegliere il proprio destino».

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La scelta

E così è stato. Da qualche settimana Adam non vive più a Vedano al Lambro ma si è trasferito in centro Italia e ha raggiunto un amico, con il quale sta iniziando una piccola attività lavorativa.
Una scelta completamente diversa da ciò che il brianzolo si era immaginato a conclusione di questa esperienza.  Una storia di accoglienza, quella di Adam, che non è come tutte le altre, ma c’è un lieto fine. «È stata un’esperienza molto gratificante dal punto di vista della cultura – ha proseguito Paolo – ho imparato una cosa molto importante, l’essere capaci di riconoscerci realmente come identità diverse». Se Adam tornerà o no è un grosso punto di domanda.
Con coraggio il medico brianzolo ha accettato la scelta del giovane gambiano, con il quale in questi giorni sta avendo difficoltà a comunicare. Una ferita aperta? Forse. Quello che è certo è che questo incontro ha messo in evidenza la cosa più importante, che risuona fortemente nella testa e nel cuore dell’uomo: «Dobbiamo riconoscerci come individui singoli, ognuno con la nostra storia. La nostra felicità si trova laddove ci sono i nostri affetti e dove riusciamo a realizzare i nostri sogni, dobbiamo avere solo la forza di andare a cercarla». Una vera lezione di vita che il medico conserverà per sempre dentro di sé.