“Qui un’eccellenza clinica che presta grande attenzione alle persone che vi lavorano”. Così il dottor Mario Alparone, direttore generale dell’Asst di Monza.

“Qui un’eccellenza clinica”

“Ho lavorato in un mondo malato per 25 anni (il riferimento è alle iniziali esperienze nel settore bancario ndr)  ora lavoro in un mondo di malati. Sempre in condizioni di ristrettezza dal punto di vista di strumenti e dotazioni di organico, ma le cose si affrontano meglio quando si sa che si opera per qualcosa di molto importante”.

Così il  dottor Alparone, che  si è “innamorato” della sanità al suo primo incarico nell’Asl di Monza, che risale al 2014, poi sono seguiti gli incarichi all’Asst Melegnano-Martesana e all’Asl di Asti. Proprio su quest’ultima esperienza piemontese abbiamo chiesto un chiarimento, visto che è durata pochi mesi.
“Sono andato in Piemonte – ha risposto – perché credo molto nella ‘contaminazione’, nell’importanza di fare esperienze diverse. Ho avuto la possibilità di andare a lavorare in una Regione con colori politici differenti e dinamiche diverse e ne ho approfittato perché l’ho ritenuta occasione di arricchimento professionale”.

Dopo pochi mesi però è tornato in Lombardia, qui a Monza.

“E’ vero, ma è vero anche che ho faticato a dire di sì perché non consideravo conclusa l’esperienza piemontese. Mi ha fatto però molto piacere essere richiamato dal presidente Fontana e quindi ho accettato questo prestigioso incarico. In Piemonte nei miei confronti hanno comunque avuto un atteggiamento di correttezza cristallina. Hanno capito la mia scelta”.

Quali le prime impressioni legate a questo ritorno?

“Le prime impressioni sono molto positive; sono andato nei reparti, nelle stanze dei pazienti e chiesto cosa pensano… Perché noi abbiamo grande attenzione anche al lato umano delle persone, pur essendo eccellenza clinica. C’è uno spirito di sacrificio encomiabile, tanto che il cantiere edile all’interno della struttura ospedaliera non ha inciso sulle eccellenze. E non era scontato”.

I lavori edili in corso al San Gerardo avrebbero dovuto essere finanziati in parte grazie alla cessione dell’ospedale vecchio di Monza, in via Solferino. Poi però è intervenuta la Regione a finanziarli quindi…

L’ospedale San Gerardo di Monza

“Non c’è più l’esigenza di dover dismettere l’ospedale vecchio. Questo non vuol comunque dire che non si voglia ragionare sull’utilizzo di quelle aree per valorizzarle. Va fatto un progetto, che non può comunque prescindere da un ragionamento con l’Amministrazione comunale. Ne parleremo”.

Altro tema importante quello della Fondazione del bambino e la sua mamma, che in passato si è trovata in difficoltà ma per la quale anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella lo scorso anno, durante la sua visita, ha speso parole di elogio.

“Va senz’altro salvaguardata per il bene della Fondazione e per il bene dell’ospedale San Gerardo. Ho incontrato i vertici della Fondazione e ascoltato persone e storie personali; è da lì che bisogna partire e farla evolvere insieme all’ospedale. La sostenibilità è uno degli obiettivi cui dobbiamo tendere, in un’ottica di partnership, ognuno col proprio ruolo, ma è l’atteggiamento che fa la differenza”.

Fra le priorità indicate dal presidente Fontana c’è la diminuzione dei tempi di attesa per visite ed esami, come vi state muovendo su questo fronte?

“La presa in carico dei pazienti cronici e l’intervento sui tempi di attesa sono fra gli obiettivi di mandato. Noi siamo in una situazione di eccellenza clinica e questo comporta che il rientro in tempi di attesa soddisfacenti sia più complicato rispetto ad altri. Dobbiamo mettere in campo un maggiore impegno per migliorare. La presa in carico dei pazienti cronici consentirà di dedicarci meglio agli altri pazienti. Questo grazie alla sinergia che si deve attuare tra ospedale e territorio, sulla quale sono già al lavoro. Questo il primo step, altro è ragionare sul potenziamento dell’offerta, tenendo sempre presente l’appropriatezza degli esami. Quando è opportuno farli? In che tempi si possono programmare? Sono convinto che la sfida si può vincere solo facendo rete, coinvolgendo i medici di medicina generale e i pediatri di libera scelta”.

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Anche perché c’è carenza di specialisti, quindi non è neanche semplice aumentare il numero di prestazioni…

“E’ vero, non ci sono cardiologi, pneumologi, pediatri… c’è un’offerta bassissima di specialisti. Anche per questo sposo al 100% la strategia della Regione, perché servono percorsi appropriati dato che le figure professionali scarseggiano sul mercato. Solo nell’ultimo anno, nel 2018, abbiamo stabilizzato 60 figure professionali, ma stare dietro ai turn-over resta comunque molto complicato. Oggi le difficoltà maggiori vengono probabilmente dalle carenze di infermieri e Oss (Operatori socio sanitari). Abbiamo fatto un concorso per assumere infermieri e a breve ne faremo uno per gli Oss. A entrambi bisogna infatti dare la possibilità di lavorare bene, secondo le loro specifiche competenze. Qua c’è una situazione sulla quale bisogna intervenire per migliorare questo mix. Purtroppo non c’è flessibilità sul costo del personale”.

Personale che purtroppo, come ha sottolineato qualche mese fa il suo predecessore, è troppo spesso vittima di aggressioni. Al Pronto soccorso ma non solo.

“Purtroppo succede al Pronto soccorso, all’Urp, al Cup, nei Centri psichiatrici… E’ un argomento che ho a cuore. Nei miei incarichi precedenti sono andato personalmente a verificare se l’operatore aveva una via di fuga in caso di aggressione. Dove necessario, oltre a mettere degli allarmi, ho rivisto la collocazione dei mobili dell’ufficio, ho fatto formazione sui rischi di aggressione, anche con delle simulazioni. Il rischio c’è e ci sarà sempre, ma bisogna dare la possibilità a chi viene aggredito di chiedere aiuto. Occorre poi abituarsi ad affrontare le situazione di stress. Perché bisogna tener presente che la maggior parte delle richieste di risarcimento che i pazienti presentano non sono legate alla competenza clinica, ma piuttosto alla comunicazione e ai processi ad essa collegati”.

E veniamo all’ospedale di Desio, per il quale cittadini e politici temono un depotenziamento. Altro tema, in parte collegato a questo, è quello dei confini delle due Asst. A tanti cittadini e amministratori i nuovi confini come avrà saputo non piacciono perché è più difficile fruire di determinati servizi.

L’ospedale di Desio

“Chi mi ha preceduto ha lavorato molto e bene sull’integrazione. Io non sono appassionato di confini io sono un direttore generale, i confini riguardano l’assetto dell’azienda che io devo dirigere. Quello che stiamo facendo con l’Ats Brianza è andare a misurare come serviamo i pazienti, se l’offerta è soddisfacente e se si può migliorare. Partiamo però anche da quello che è stato fatto”.

“Per Desio è stato fatto tanto”

E qui Alparone snocciola una serie di dati che dimostrano come nel triennio per l’ospedale di Desio sono stati investiti svariati milioni di euro e altri due milioni saranno investiti per il potenziamento del Pronto soccorso.

“E’ stato fatto tanto per mettere in connessione i due presidi e per l’integrazione. Dai medici e dagli operatori io ho sentito commenti positivi. L’attività chirurgica è cresciuta in maniera importante, lo dicono i numeri. Sul territorio è stato fatto un ottimo lavoro nell’ambito materno infantile, e per gli stomizzati. Si può fare di più? Certo, sono qui apposta. Ma i numeri non ci parlano di un depotenziamento dell’ospedale di Desio, ci dicono tutt’altro. E sui confini sono contentissimo che sia stato aperto un tavolo in Regione, perché potremo dimostrare quel che è stato fatto”.

Il dottor Alparone ha quindi chiuso l’intervista con qualche numero: oltre 100.000 accessi annui al Pronto soccorso di Monza e 67.000 a Desio. Tempi di attesa al Ps relativo ai codici gialli: entro 30 minuti il 79,66% dei pazienti viene visitato, in linea con la media nazionale dell’80%. Un dato che il direttore generale conta di migliorare ulteriormente introducendo percorsi differenziati al Pronto soccorso.  Al suo fianco ci sarà la nuova direzione strategia, nominata di recente.