Ieri in aula del Tribunale di Busto è iniziata la requisitoria dell’accusa all’ex viceprimario del Pronto Soccorso di Saronno Leonardo Cazzaniga per le morti in corsia.

Morti in corsia, l’accusa: “Nessuna compassione, furono omicidi”

Nessun intento compassionevole nella somministrazione di farmaci ai pazienti terminali, Leonardo Cazzaniga voleva uccidere non lenire le sofferenze. E’ questa la tesi principale che ieri il pm Maria Cristina Ria ha sostenuto con la prima parte della requisitoria del processo contro l’ex medico di Saronno accusato di 11 omicidi all’interno dell’ospedale cittadino e dei tre nella famiglia dell’allora compagna Laura Taroni, già condannata.

Una differenza sostanziale

Durante il processo la difesa ha cercato infatti di spiegare l’utilizzo di quei farmaci, tra cui morfina, propofol e midazolam come elementi di un trattamento palliativo volto a ridurre le sofferenze di pazienti già terminali e accompagnarli così a una “dolce morte”. “La sedazione palliativa – ha spiegato il pm – non deve aver l’effetto di accelerare la morte del paziente ma è anzi un’attività volta alla cura della qualità della vita della persona malata e in fin di vita. Non c’è mai stato un consenso del paziente a ricevere il Protocollo Cazzaniga e inoltre gli alti dosaggi e la rapidità di somministrazione contrastano con i principi della cura palliativa che invece prevede tra le altre cose una verifica progressiva dei sintomi e degli effetti dei farmaci. Come dimostrato invece dalle analisi condotte da esperti e consulenti, il Protocollo Cazzaniga usato su pazienti tra l’altro mai visitati dall’imputato ha accelerato il sopraggiungimento della morte. Perchè quello era il suo scopo“.

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“Quadro probatorio cristallino”

Nelle sei ore e mezza della prima parte della requisitoria il pm ha ripercorso intercettazioni, analisi, referti e testimonianze che hanno definito la personalità di Cazzaniga, la realtà del suo Protocollo e ciò che successe agli undici pazienti del Pronto Soccorso di Saronno sui quali si poggiano le accuse di omicidio volontario, oltre a quella del suocero di Taroni Luciano Guerra, nei cui tessuti sono state trovate tracce di propofol somministrato secondo la tesi accusatoria dalla Taroni con una siringa preparatale da Cazzaniga. “Come emerso dai referti e dalle dichiarazioni sentite in quest’aula – ha concluso Ria – Cazzaniga decideva di applicare il proprio Protocollo aprioristicamente e prima di visitare il paziente. E nel caso di Guerra, senza averlo nemmeno visitato. Che vi sia stato dolo è poi evidente perchè non ha mai reso partecipi i pazienti della somministrazione dei farmaci, cosa obbligatoria in caso di cura palliativa. Quello che infine emerge chiaramente, è che l’immagine di un medico pietoso è inconciliabile con quella dell’assassino della madre, del marito e del suocero della sua compagna“.

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