Il prato tra via Santa Margherita, via D’Annunzio e via Toti a Lissone, è salvo. Nessuna colata di cemento e nessun condominio: questa è stata la decisione, definitiva, del Consiglio di Stato che ha rigettato il ricorso presentato contro il Comune di Lissone da parte di due società che chiedevano l’annullamento di varie decisioni amministrative relative al cosiddetto Ambito di trasformazione 7.

Il prato è salvo: “Siamo contenti”

Come già avvenuto nel 2014 quando il Tribunale amministrativo regionale della Lombardia aveva respinto tutte e 6 le eccezioni presentate accogliendo in toto la linea del Comune, anche il Consiglio di Stato ha confermato la validità degli atti adottati dalla Giunta in sede di Variante al Piano di governo del territorio.

Il Consiglio di Stato ha confermato la legittimità degli atti e preservato l’autonomia pianificatoria dei Comuni. Su un territorio come quello di Lissone, urbanizzato per oltre l’80%, era impossibile immaginare di consumare un altro polmone verde, uno dei pochi ancor oggi presenti in città.

Questo è stato il commento del sindaco Concetta Monguzzi, che non ha nascosto la soddisfazione per aver “salvato” uno dei pochi territori vergini (fino all’arrivo del cantiere dell’Autostrada Pedemontana) rimasti sul territorio comunale.

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Previsti 12 condomini

Il giudizio della Corte ha preso in considerazione un significativo insediamento urbanistico contenuto nel Piano di governo del territorio approvato prima del 2012 (ex Amministrazione di Centrodestra guidata da Ambrogio Fossati) e che prevedeva la realizzazione di 12 edifici tra i 5 e i 10 piani per una volumetria complessiva di oltre 72.500 metri cubi.

Lissone, progetto At 7
Lissone, progetto At 7

Nel complesso, tra Lissone, Bareggia e Santa Margherita sarebbero dovuti sorgere circa 300 nuovi appartamenti.

Attraverso scelte urbanistiche molto differenti rispetto a quelle precedenti al 2012, la precedente e l’attuale Giunta hanno dato risposte concrete di cambiamento. Il pronunciamento del Consiglio di Stato è la conferma dell’assoluta legittimità entro cui ha lavorato l’Ente, operando a tutela di tutta la cittadinanza senza alcun intento discriminatorio.

La Corte ha anche condannato le due società appellanti al pagamento, in favore delle casse del Comune, delle spese per complessivi 6mila euro.

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