Prof perde staffe e rompe dito a studente disabile. E’ accaduto in una scuola media di Monza. La vicenda è finita davanti a un giudice.

Dito rotto a disabile, il fatto

I fatti risalgono all’ottobre dello scorso anno quando uno studente disabile al 100% allora 14enne tornò a casa da scuola con un dito rotto. “Era l’ultima ora di lezione – racconta Raffaella, 46 anni, la madre del giovane – e l’insegnante di sostegno che affianca mio figlio aveva purtroppo esaurito il tempo di assistenza giornaliera all’interno dell’istituto. E così mio figlio stava seguendo la lezione in classe assieme ai compagni”. A un certo punto però lo studente avrebbe iniziato a chiedere insistentemente di poter andar in bagno facendo di fatto perdere la pazienza al docente che si trovava in aula in quel momento. L’epilogo è presto raccontato: il professore che spinge il giovane contro un muro, lo strattona, gli prende le dita, gliele “tira” violentemente e gliele storta, provocandogli una microfrattura al dito della mano sinistra come poi refertato al Policlinico di Monza.

Dito rotto a disabile, l’amarezza della madre

“Mio figlio – racconta ancora la madre – ha una disabilità psichica, ha difficoltà cognitive e di apprendimento”. Disturbo della sfera emozionale e del comportamento, portatore di handicap ai sensi della legge 104, si legge nella relazione redatta dalla commissione medica dell’Inps. “Ma non è aggressivo – aggiunge Raffaella – Mai sono accaduti episodi legati ad azioni violente. Purtroppo ripete spesso le stesse frasi, fa le stesse domande, qualche volta è insistente. Un ragazzo a scuola dovrebbe sentirsi protetto, benvoluto, invece che tornare a casa mortificato, piangendo, senza neppure prendere l’autobus per la vergogna di quanto gli era capitato”.

Il responso dell’ospedale

Alla porta di casa il 14enne disabile si presentò infatti in lacrime. Raffaella dopo aver ascoltato quanto accaduto lo aveva subito portato in ospedale, al Policlinico di Monza per le cure del caso: “Microfrattura della base della falange distale del secondo dito della mano sinistra dopo aggressione da parte di un professore durante orario scolastico, prognosi di 20 giorni”. Questo il referto della struttura ospedaliera di via Amati.

Strascico giudiziario

Dalla scuola all’ospedale, al Policlinico, la vicenda è finita per vie legali, davanti a un giudice, davanti al quale le parti si sono il 23 ottobre e si ritroveranno a dicembre. Il prof, nel frattempo trasferito in un’altra scuola in provincia di Como, dopo aver offerto inizialmente un risarcimento di 500 euro ha ora proposta una cifra di 1500 euro e, dopo una richiesta attesa da mesi, ha anche chiesto scusa. “Lo ha fatto in maniera molto forzata senza nemmeno guardarci in faccia e solo perché praticamente obbligato dal giudice – osserva la madre dello studente disabile – Noi non chiederemo un centesimo in più di quanto deciderà il giudice, ma quella parola, “scusa” l’aspettavamo da praticamente un anno. Non aver mai sentito quella parola ci ha fatto molto male. In ogni caso, fa specie pensare che un gesto del genere possa “valere” 1500 euro e nessun provvedimento, perché verrebbe da pensare che un domani il prof, in altre circostanze simili, potrebbe ripetere quanto ha fatto a mio figlio”.

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Dito rotto a disabile, il commento dell’assessore

Pierfranco Maffè, assessore all’Istruzione allarga le braccia sconsolato nel commentare quanto accaduto a uno studente disabile in una scuola della città. «Molto si è fatto – spiega – I dirigenti, i reggenti, fanno quanto è possibile: c’è stato il potenziamento con tanti insegnanti di ruolo, ma siamo purtroppo molto lontani dalle necessità reali che la quotidianità ci presenta. Sono aumentati i bisogni e quello degli alunni e studenti portatori di handicap è un problema il cui picco affronteremo nei prossimi anni dal momento che in Lombardia e nella nostra città già alla scuola d’infanzia abbiamo la presenza di tanti bambini disabili”. Ad affrontare questi problemi appunto i responsabili delle scuole, il personale, i docenti. “Non voglio giustificare o giudicare nessuno perché i fatti raccontati parlano da sé – osserva ancora il rappresentante della Giunta – C’è però il dato reale che chi fa questo lavoro ha pressioni e responsabilità tali che necessiterebbero anche di un supporto psicologico. Da soli è dura. Quanto si faceva e si fa è evidente che non basta più: dobbiamo tutti impegnarci per cercare di fare qualcosa in più”.