Oggi ricorrono 126 anni dal Regicidio di Umberto I avvenuto a Monza. Ma cosa accadde realmente quel giorno che segnò la storia della città? Attraverso la narrazione dello storico Ettore Radice, presidente di Mnemosyne, ripercorriamo gli eventi dal punto di vista dell’Attendente del Re, simile alla fiction realizzata alcuni anni fa con l’attore Alessandro Castelluccio.
Una domenica di festa: il 29 luglio 1900

Quella domenica, Monza celebrava san Giacomo, patrono dei cappellai, con tre giorni di festeggiamenti che culminarono in una gara di ginnastica alla presenza del Re. Le strade erano adornate con tricolori e le finestre imbandierate. Una grande folla si era radunata attorno al campo, mentre la buona società monzese occupava le tribune, con un palco riservato al Re.
Ricordo ancora le bande musicali che suonavano la Marcia Reale e le acclamazioni al nostro ingresso. Il Sindaco Enea Corbetta, visibilmente emozionato, ci accolse per accompagnarci alla tribuna.
Al termine della gara, il Re consegnò personalmente le coppe ai vincitori. Dopo la cerimonia, scendemmo dal palco e ci dirigemmo verso la carrozza. La folla continuava ad applaudire, e il Re dovette stringere numerose mani. La sicurezza era scarsa, senza alcun cordone di polizia. Improvvisamente, tre colpi di pistola risuonarono nell’aria. Quella mattina, Umberto, in villeggiatura alla Villa Reale, si era svegliato alle 7:30 e, dopo aver fatto colazione con la Regina, uscì con lei, dove l’attendevo per la nostra passeggiata a cavallo.
Il saluto alla duchessa Litta
Il Re non dimenticò di salutare la sua “amica” duchessa Eugenia Litta, che viveva in una villa adiacente al Parco Reale. Il matrimonio con Margherita, cugina e voluto dal padre, Re Vittorio Emanuele II, si rivelò essere un’unione di convenienza. Nonostante le avventure galanti, Umberto rimase sempre legato alla duchessa Litta, un rapporto che era diventato un’istituzione del regno.
Rientrato in Villa, Umberto partecipò alla messa con la Regina e, uscendo al braccio di Margherita, si trovò di fronte a una piccola folla. Tra la gente si trovava Gaetano Bresci, che decise di non agire; il Re era circondato da carabinieri e difficile da colpire. Durante il pranzo, Umberto chiese alla Regina se lo avrebbe accompagnato alla gara ginnica, ma lei rifiutò. Nonostante il caldo opprimente, il Re decise di mantenere la promessa e di partecipare all’evento, rifiutando di indossare una maglia protettiva d’acciaio.
L’attentato di Bresci
Il concorso ginnico era iniziato da un’ora quando arrivammo alle 21:30. Anche Bresci, giunto in quel momento, attese a lungo di sparare al Re lungo la strada, ma quando il landò reale passò, non riuscì a distinguere il sovrano tra noi. Alle 22:25, al termine della manifestazione, salimmo sulla carrozza. Bresci, muovendosi agilmente tra la folla, raggiunse le prime file, dove occupava una sedia. Da lì, poté finalmente mirare al suo bersaglio, Umberto, che salutava in piedi. L’anarchico estrasse la rivoltella e sparò, colpendo il Re a distanza ravvicinata. Umberto, ferito al petto, si rovesciò sulle mie ginocchia.
Tentammo di rianimarlo, mentre la folla si scagliava contro l’attentatore.
Senza l’intervento dei carabinieri, Bresci sarebbe stato linciato. Si lasciò arrestare con una calma sorprendente, rispondendo agli insulti con una certa arguzia. Nonostante il Re fosse giunto morto, la Regina insistette affinché fosse chiamato un medico. Dopo aver adagiato Umberto sul letto, si fece avvisare la duchessa Litta. Quella notte, vegliammo tutti il nostro Re in Villa.