La testimonianza

L’appello di un padre: «Ho perso mia figlia e la bulimia è una malattia seria»

Camilla, appena 17enne, è morta nel febbraio 2023 dopo una lunga battaglia con i disturbi alimentari.

L’appello di un padre: «Ho perso mia figlia e la bulimia è una malattia seria»

Massimo Cesana, residente a Lissone, ha deciso di trasformare il suo dolore in un messaggio di aiuto per altri genitori. «La vita di mia figlia non può finire con la sua scomparsa. Dovevo fare qualcosa, e quel qualcosa è stato aiutare gli altri». Camilla, con il suo sorriso contagioso e la sua profonda sensibilità, ha lottato contro i disturbi alimentari sin da quando aveva quindici anni.

Un racconto al Binario 7

Durante un evento organizzato da «Peso Positivo» al Binario 7 di Monza, Massimo ha condiviso la sua esperienza. «Mi sono trovato davanti a una figlia che non voleva chiedere aiuto. Essendo genitore unico, vivevo con lei e mi sembrava crescesse normalmente», ha spiegato. Massimo ha riconosciuto che i segnali della malattia erano difficili da individuare, ma grazie al supporto di medici e psicologi ha compreso di avere bisogno di aiuto lui stesso, oltre a sua figlia. «Parlo di questo per essere utile ad altri genitori. Ci si sente inadeguati, ma non è così: si ha un figlio malato. All’inizio pensavo di avere una matta in casa, invece questi disturbi si possono e devono curare. I genitori devono restare vicini ai figli e riconoscere che si tratta di una malattia, non un capriccio».

La lotta di Camilla con il cibo

Camilla ha iniziato la sua battaglia con il cibo all’età di 15 anni. «È diventata vegetariana, poi vegana – ha raccontato Massimo – scelte alimentari che inizialmente non mi preoccupavano. Ma poi dimagriva, e chi mi stava attorno ha iniziato a mettermi in allerta». Situazioni che prima sembravano normali, come la porta chiusa del bagno e la musica alta dopo i pasti, si sono rivelate segnali inequivocabili della sua sofferenza. «Il Covid ha aggravato la situazione: passare ore davanti allo schermo le ha fatto vedere il suo riflesso e non piacersi. Stare rinchiusa in camera ha aumentato il suo disagio, come per molti altri ragazzi. Mia figlia mi diceva: io mi sento bene nella mia malattia».

«Aiutarli senza forzarli»

La bulimia aveva il controllo. «Quando gli specialisti ci hanno consigliato di togliere il cibo dalla sua portata per evitare che si abbuffasse e poi vomitasse, lei andava di nascosto al supermercato. È successo anche che nel tentativo di indursi il vomito ingoiasse uno spazzolino. Siamo dovuti correre al Pronto soccorso», ha raccontato Massimo. I disturbi alimentari sono «una porta che si apre dall’interno: è la persona malata che deve trovare uno spiraglio», ha sottolineato. È naturale per un genitore voler «strigliare» il figlio davanti a un piatto intonso, ma Massimo ha avvertito: «Dobbiamo aiutarli, non forzare la porta dall’esterno. Il confronto con specialisti e altri genitori è fondamentale, altrimenti si rischia di caricare ulteriormente il peso che i nostri ragazzi già portano sulle spalle, un peso che potrebbe schiacciarli».